Reporting di sostenibilità

Reporting di sostenibilità: le sfide e come superarle

Il reporting di sostenibilità è il processo attraverso il quale le imprese rendicontano in modo sistematico i propri impatti ambientali, sociali e di governance. Con l’evoluzione del quadro normativo europeo, questo processo è diventato una vera e propria sfida per le imprese, soprattutto le più piccole. In questo articolo andiamo a vedere quali sono le maggiori difficoltà affrontate dalle aziende, approfondendo le possibili soluzioni.

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Dati e affidabilità delle informazioni

La rendicontazione di sostenibilità si regge sulla capacità di raccogliere informazioni complete e attendibili. Senza basi solide, l’intero processo perde valore agli occhi di investitori e stakeholder. Nonostante ciò, molte imprese incontrano difficoltà nel gestire i dati ESG. Questi sono, infatti, spesso distribuiti tra più reparti, archiviati in fogli di calcolo manuali e raramente sottoposti a controlli strutturati. Ne derivano errori di calcolo, incongruenze temporali e difficoltà nel garantire la tracciabilità delle informazioni.

Il problema riguarda non solo le piccole e medie imprese, limitate da risorse e competenze, ma anche le grandi organizzazioni. Alcuni indicatori in particolare, come le emissioni Scope 3 o le metriche sociali lungo catene di fornitura articolate, restano di difficile monitoraggio. Una recente indagine di Pwc evidenzia che soltanto il 10% delle aziende dispone di dati ESG integrati nei propri sistemi gestionali, mentre la maggioranza continua a fare affidamento su processi manuali, esponendosi al rischio di errori e manipolazioni involontarie.

La fragilità dei dati mina la fiducia del pubblico e complica l’attività di assurance esterna, ormai sempre più diffusa. Basti pensare che, nel 2024, il 38% delle prime 100 società quotate in Malesia ha sottoposto i propri report a revisione indipendente, quasi il doppio rispetto all’anno precedente.

Comunicazione e percezione di greenwashing

La comunicazione è un passaggio cruciale nella rendicontazione di sostenibilità. Quando i dati sono incompleti o presentati in modo vago, cresce il rischio di greenwashing, ossia la pratica di enfatizzare un impegno ambientale inesistente o irrilevante. Coniato nel 1986, il termine descrive un “ecologismo di facciata” che mina la fiducia dei consumatori e rallenta la transizione ecologica.

Gli effetti del greenwashing possono essere pesanti, e prevedono anche la perdita di clienti, esclusione da partnership e sanzioni. Casi noti lo dimostrano chiaramente. Volkswagen è stata travolta dal Dieselgate nel 2015 per aver manipolato i test sulle emissioni, con un totale stimato di 21 miliardi di dollari di danni. H&M ha ricevuto oltre 40 milioni di euro di multe in Germania per claim ambientali non verificabili. In Italia, l’Antitrust ha sanzionato GLS con 8 milioni di euro per un programma di compensazione giudicato poco trasparente.

Per contrastare queste pratiche, l’Unione Europea ha introdotto norme specifiche. La Green Claims Directive, in vigore dal 2026, richiederà che ogni dichiarazione ambientale sia basata sull’intero ciclo di vita del prodotto, con dati scientifici verificati da enti indipendenti. Già nel 2024, la EmpCo Directive ha vietato claim generici, marchi non autorizzati e affermazioni fondate solo su compensazioni di CO₂.

Risorse e tempi nel reporting di sostenibilità

Redigere un report di sostenibilità significa coordinare funzioni diverse, raccogliere fino a migliaia di datapoint e garantire coerenza delle informazioni. Questo processo richiede tempo e risorse che spesso vengono sottovalutate. Un caso concreto lo mostra: nell’applicazione della doppia materialità secondo la CSRD, alcune aziende hanno dovuto ridurre da 89 a 18 i temi materiali, arrivando comunque a gestire oltre 1.650 datapoint. Un lavoro di questa portata ha richiesto più settimane di attività, ben oltre le stime iniziali.

Il carico non ricade solo sui team di sostenibilità. La raccolta di informazioni interessa uffici finanziari, legali, risorse umane e aree logistiche, generando pressioni su strutture già impegnate in altre priorità. Questo caso vale particolarmente per le PMI.

Un altro elemento critico è la complessità del reporting. Senza standardizzazione, le aziende si trovano a dover gestire set di indicatori differenti (GRI, SASB, ESRS, ISSB), con metriche che non sempre coincidono. Ne deriva un rischio di duplicazioni, incoerenze e dispersione di energie.

Reporting di sostenibilità

Obiettivi concreti e coinvolgimento degli stakeholder

La credibilità di un report di sostenibilità si misura sia dalla quantità di dati trattati, sia dalla chiarezza degli obiettivi dichiarati. Molte imprese, ancora oggi, si limitano a dichiarare impegni generici – ridurre l’impatto ambientale, migliorare il benessere dei dipendenti, promuovere la diversità – senza indicare target precisi. Senza obiettivi misurabili, la rendicontazione di sostenibilità diventa poco utile sia per monitorare i progressi sia per consentire agli stakeholder di valutare l’effettiva serietà dell’azienda.

Accanto agli obiettivi, un altro punto critico riguarda il coinvolgimento degli stakeholder. Senza un dialogo strutturato con clienti, dipendenti, comunità locali e fornitori, il rischio è di tralasciare temi materiali per chi vive direttamente gli impatti aziendali. Limitarsi a consultazioni formali riduce l’utilità del report, mentre un processo inclusivo consente di individuare rischi emergenti e opportunità di collaborazione.

Supply chain e Scope 3

Tra le sfide più complesse del reporting di sostenibilità vi è la gestione delle informazioni lungo la catena di fornitura. Le aziende hanno ormai acquisito familiarità con le emissioni dirette (Scope 1) e con quelle legate all’energia acquistata (Scope 2), ma quando si passa allo Scope 3 – tutte le altre emissioni indirette – la difficoltà cresce in modo esponenziale. Questo ambito include trasporti, produzione di materie prime, utilizzo e smaltimento dei prodotti, coprendo spesso oltre il 70% dell’impronta carbonica complessiva di un’impresa.

Molte organizzazioni non dispongono della visibilità necessaria sui propri fornitori e continuano a raccogliere informazioni tramite fogli di calcolo manuali, spesso incompleti e non verificabili. La qualità dei dati risulta quindi frammentaria, con conseguenti problemi di coerenza e comparabilità. Anche le aziende dotate di reparti IT strutturati faticano a gestire la mole crescente di richieste, soprattutto quando si tratta di fornitori in Paesi con sistemi normativi meno rigorosi.

La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) richiedono però una maggiore attenzione a questo perimetro per le aziende che operano nell’Unione Europea.

Come semplificare il reporting di sostenibilità

Superare le difficoltà del reporting di sostenibilità richiede un approccio sistematico. Tre leve risultano decisive: gestione precisa dei dati, comunicazione trasparente e obiettivi concreti. Le aziende che hanno adottato sistemi centralizzati di data management, procedure di validazione interne e controlli periodici hanno migliorato sensibilmente l’affidabilità delle loro disclosure. Sul piano comunicativo, il rispetto delle nuove direttive europee – Green Claims Directive ed EmpCo Directive – diventa fondamentale per garantire messaggi verificabili e ridurre il rischio di greenwashing.

In questo contesto, il supporto tecnologico è un alleato chiave. Soluzioni digitali dedicate permettono di ridurre i tempi, limitare gli errori e trasformare la raccolta dati in un elemento di gestione strategica. Un esempio concreto è SuitYou!, il software ESG sviluppato da Natù. La piattaforma, disponibile in versione per PMI e grandi imprese, offre un ambiente unico in cui aggregare tutti i dati ESG e generare report conformi a VSME ed ESRS. Un’interfaccia intuitiva consente anche a chi non dispone di specialisti interni di redigere bilanci di sostenibilità, report GHG e assessment ESG in maniera semplice e accurata.

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