Agromafie e Caporalato

Agromafie e Caporalato: i numeri del 2024

Un lavoratore agricolo su quattro non è in regola. Questo è quanto emerge dall’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto.

Sono 200.000 i lavoratori – di cui 55.000 donne – impiegati in maniera irregolare nella produzione agricola italiana, che, secondo l’Istat, vale 73,5 miliardi di euro. Tuttavia, è necessario specificare che, i dati emersi dalle analisi condotte dalla CGIL suggeriscono che tali numeri siano probabilmente sottostimati e includano una significativa quota di lavoro sfruttato, fino a pratiche assimilabili alla schiavitù. Le retribuzioni della maggior parte dei dipendenti agricoli sono al di sotto della soglia di povertà retributiva, con retribuzioni lorde annuali in media pari a poco più di 6.000 euro l’anno.

Dallo studio emergono dati preoccupanti, soprattutto per quanto riguarda il Mezzogiorno. Su 3.529 ispezioni condotte per il Ministero del Lavoro, il tasso di irregolarità riscontrato nel settore agricolo è risultato del 69,8%.

Inoltre, il caporalato e lo sfruttamento lavorativo sovente si intrecciano con la criminalità organizzata. Non sorprende, quindi, che questi si accompagnino a reati e danni ambientali che incidono significativamente sulla filiera agroalimentare. Nel 2020, sono stati registrati oltre 40.000 tra reati penali e illeciti amministrativi nel settore, precisamente 43.730 (dato in crescita nel 2023 del +9,1% rispetto al 2022).

L’Articolo 8 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite evidenzia come le condizioni di lavoro dignitose siano un elemento importantissimo per lo sviluppo sostenibile. In questo senso, il settore agricolo è profondamente connesso alla nostra vita quotidiana. Come consumatori e, soprattutto, in quanto esseri umani, è nostro dovere informarci sulle condizioni dei lavoratori nei campi. Questo ci aiuterà a pretendere un migliore trattamento e, magari, dedicare loro un pensiero la prossima volta che mettiamo da mangiare sulle nostre tavole.

Esistono alternative più sostenibili?

L’agricoltura tradizionale affronta sfide sempre più complesse, tra scarsità di risorse, cambiamenti climatici e necessità di produrre più cibo in meno spazio. In questo contesto, l’idroponica emerge come una soluzione innovativa e sostenibile. Eliminando la dipendenza dal suolo, permette coltivazioni verticali e automatizzate, riducendo drasticamente il consumo di acqua grazie al ricircolo dei nutrienti. Questo metodo è particolarmente efficace in ambienti dove l’agricoltura tradizionale è impraticabile, come zone aride o aree urbane con spazi limitati. Tra le varianti più avanzate, l’acquaponica integra l’allevamento di pesci, creando un ecosistema autosufficiente in cui i rifiuti ittici nutrono le piante, mentre queste purificano l’acqua. Con una gestione ottimizzata, l’idroponica garantisce rese elevate, minori sprechi e un impatto ambientale ridotto.

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