
Il Parlamento Europeo blocca l’accordo sull’Omnibus
Con un voto a dir poco combattuto – 318 contrari, 309 favorevoli e 34 astensioni – il Parlamento Europeo ha respinto la posizione negoziale sull’Omnibus I, il pacchetto legislativo con cui la Commissione Europea intendeva alleggerire gli obblighi di rendicontazione e due diligence per le imprese. La sconfitta, maturata per soli nove voti, rimanda il dossier alla fase negoziale e lascia le aziende europee sospese tra due esigenze contrapposte: ridurre i costi amministrativi o mantenere alto l’ambizioso livello di tutela sociale e ambientale costruito negli ultimi anni.
L’Omnibus I è stato presentato lo scorso febbraio come parte dell’agenda per la competitività della Commissione. L’obiettivo era “semplificare” il quadro normativo dell’Unione, intervenendo su quattro pilastri fondamentali della legislazione ESG: la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), la Tassonomia UE e il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (CBAM).
Le modifiche alla CSRD con Omnibus
Il cuore del confronto politico è la Corporate Sustainability Reporting Directive, la direttiva che definisce come e quali imprese devono rendicontare le proprie performance ambientali, sociali e di governance. L’Omnibus I proponeva di restringerne l’ambito, alzando la soglia minima a 1.000 dipendenti rispetto ai 250 attuali.
Una modifica di questa portata avrebbe ridotto di circa l’80 % il numero di aziende obbligate a pubblicare un bilancio di sostenibilità, escludendo gran parte delle medie imprese europee che oggi si stanno attrezzando per rispettare gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS).
Il compromesso tentato in Parlamento prevedeva anche un requisito aggiuntivo di 450 milioni di euro di fatturato, introducendo così una doppia soglia per limitare l’obbligo ai soli operatori di grandi dimensioni.
Per le imprese già coinvolte nella rendicontazione, la prospettiva di una revisione così ampia genera incertezza. Molte di esse avevano avviato processi di raccolta dati, mappatura degli impatti e costruzione di indicatori ESG. Ora si trovano, invece, a chiedersi se tutto questo lavoro resterà necessario o se la semplificazione rischi di vanificare anni di investimenti in trasparenza.
La CSDDD nel pacchetto Omnibus
Anche la Corporate Sustainability Due Diligence Directive, che mira a portare le imprese ad assumersi la responsabilità degli impatti ambientali e sociali lungo la catena del valore, è finita al centro del pacchetto di revisione. La proposta della Commissione confermava la soglia di 1.000 dipendenti, ma spostava l’attenzione sul controllo dei partner commerciali diretti, riducendo la portata degli obblighi verso fornitori più piccoli e lontani nella filiera.
Il compromesso successivo, sostenuto dal Partito Popolare Europeo, andava ancora oltre, in quanto avrebbe innalzato la soglia a 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di ricavi, limitando così la platea dei soggetti obbligati alle grandi multinazionali. La misura è stata accolta con favore da chi vede nella CSDDD un eccesso di burocrazia, ma ha scatenato la reazione dei gruppi progressisti e ambientalisti, che parlano di un indebolimento sostanziale della due diligence europea. In particolare, la riduzione delle verifiche sui fornitori di secondo e terzo livello rischia di creare zone d’ombra nella filiera, proprio dove si concentrano i rischi più gravi in termini di diritti umani, sfruttamento e impatti ambientali.
Novità sulla Tassonomia UE
Nel pacchetto Omnibus I rientrano anche modifiche alla Tassonomia europea delle attività sostenibili, lo strumento che definisce quali investimenti possono essere considerati “verdi” ai fini finanziari.
L’intento della Commissione è quello di alleggerire i requisiti di rendicontazione collegati alla Tassonomia, semplificando le comunicazioni periodiche e riducendo la mole di dati che le imprese devono trasmettere alle autorità e agli investitori. Tuttavia, questo approccio rischia di ridurre la trasparenza sul mercato finanziario europeo proprio nel momento in cui la finanza sostenibile sta assumendo un ruolo centrale nel raggiungimento degli obiettivi climatici.
Molti osservatori temono che una semplificazione eccessiva possa aprire la strada a un’interpretazione più elastica della Tassonomia, favorendo fenomeni di greenwashing e minando la credibilità del sistema di classificazione su cui si basa la fiducia degli investitori ESG.

CBAM a rischio
Anche il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), lo strumento che impone dazi sulle importazioni di prodotti provenienti da Paesi con standard ambientali meno rigorosi, fa parte del pacchetto Omnibus. La Commissione intendeva intervenire su alcuni aspetti procedurali per ridurre gli oneri di rendicontazione per le imprese importatrici, in particolare per i settori a più bassa intensità di carbonio. L’obiettivo della modifica è semplificare i processi amministrativi e agevolare la transizione verso un’applicazione piena del meccanismo, prevista a partire dal 2026.
Ma anche qui la linea di confine è sottile: meno controlli e meno obblighi potrebbero ridurre la capacità del CBAM di garantire una reale parità di condizioni tra produttori europei ed extraeuropei. Il rischio è che la semplificazione burocratica si traduca in una perdita di efficacia ambientale, proprio quando il meccanismo sta per entrare in una fase operativa decisiva.
L’Omnibus è una partita ancora aperta
Dopo il voto negativo del Parlamento Europeo, il futuro dell’Omnibus I resta incerto. Non ci resta che aspettare il 13 novembre, data nella quale i deputati ridiscuteranno gli emendamenti nel tentativo di raggiungere una posizione condivisa dalla quale far ripartire il dialogo con Consiglio e Commissione.
Per le imprese ciò significa dover attendere ancora prima di conoscere con precisione soglie, scadenze e obblighi. Alcuni vedono in questo rinvio un’occasione per riorganizzare i propri processi interni; altri temono che l’incertezza politica possa frenare gli investimenti e rendere più difficile la pianificazione di strategie ESG di lungo periodo.
La discussione su Omnibus I va però oltre la questione tecnica delle soglie o dei report, in quanto riflette una tensione profonda tra due visioni d’Europa: una che vuole restare leader mondiale nelle politiche di sostenibilità, un’altra che teme di compromettere la competitività industriale con un eccesso di regole.
Qualunque sarà il compromesso finale, una cosa è certa: la direzione che prenderà l’Omnibus I definirà il tono del nuovo ciclo legislativo europeo in materia di ESG e chiarirà se l’UE vorrà essere ricordata come un leader della sostenibilità o come una potenza economica pronta a ridimensionare le proprie ambizioni per correre più leggera.