
COP30: i negoziati di Bonn preoccupano
La COP30 è la 30ª Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, e si terrà a Belém, in Brasile, dal 10 al 21 novembre 2025. L’evento rappresenta un momento cruciale per verificare i progressi globali dall’Accordo di Parigi del 2015 e rilanciare gli impegni per contenere l’aumento della temperatura globale entro il grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali.
In vista della conferenza, si sono appena conclusi a Bonn due settimane di negoziati preparatori. I risultati? Poche decisioni concrete, molte tensioni e un’urgente sensazione di ritardo su tutti i fronti: dalla riduzione delle emissioni di gas serra alla finanza climatica, fino alla definizione di nuovi piani nazionali (NDC).
Cos’è la COP?
La COP – Conferenza delle Parti – è il massimo organismo decisionale della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). Ogni anno, rappresentanti di quasi tutti i Paesi del mondo si riuniscono per discutere, negoziare e adottare misure concrete per affrontare l’emergenza climatica globale.
Da non confondere con le altre due Conferenze delle Parti dedicate rispettivamente alla biodiversità e alla lotta alla desertificazione, la COP sul clima è quella che, più di ogni altra, attira l’attenzione mediatica e politica internazionale.
Durante questi incontri annuali, le “Parti” – ovvero gli Stati che hanno sottoscritto l’UNFCCC – valutano i progressi compiuti rispetto agli impegni assunti nei vertici precedenti (come l’Accordo di Parigi del 2015) e negoziano nuove strategie per limitare le emissioni di gas serra, rafforzare l’adattamento ai cambiamenti climatici e sostenere i Paesi più vulnerabili.
Il nodo degli NDC e la riduzione delle emissioni
Uno degli obiettivi centrali della COP30 sarà la presentazione e valutazione dei nuovi NDC – i piani nazionali per la riduzione delle emissioni di gas serra – previsti proprio dall’Accordo di Parigi. Questi dovevano essere proposti entro febbraio 2025, ma solo pochi Paesi li hanno presentati.
Tali piani sono fondamentali per contenere l’aumento della temperatura entro 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Tuttavia, dai lavori di Bonn è emerso che:
- gli NDC attualmente disponibili non bastano a rispettare l’obiettivo di 1,5°C;
- la transizione energetica globale è troppo lenta;
- nessun governo ha manifestato l’intenzione di modificare il proprio NDC durante la conferenza.
Nel frattempo, le emissioni di CO₂ e di altri gas a effetto serra continuano a salire, erodendo il margine di manovra nel lungo termine.
Finanza climatica alla COP30: grandi numeri e poca concretezza
Altro punto critico è la finanza climatica. I Paesi in via di sviluppo, sempre più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico, chiedono da tempo risorse adeguate ad affrontare gli impatti e sostenere mitigazione e adattamento.
Durante la COP29 è stato promesso che 1.300 miliardi di dollari all’anno sarebbero stati mobilitati entro il 2035, con almeno 300 miliardi da fonti pubbliche. Tuttavia, a Bonn:
- è mancata una roadmap concreta su come distribuire e attivare questi fondi;
- non è chiaro chi contribuirà e con quali strumenti;
- crescono i timori che gran parte della cifra finisca per dipendere da investimenti privati e meccanismi incerti.
Come ha dichiarato il delegato sudafricano Richard Sherman: “Non c’è denaro. I fondi disponibili non sono in grado di coprire i bisogni.”
Un segnale incoraggiante arriva dalla Cina, la quale ha aumentato il suo contributo all’UNFCCC del 5%. Questo la rende il primo Paese per contributi all’organizzazione e sicuramente uno dei primi per influenza sulla conferenza, soprattutto in vista della mancata partecipazione degli Stati Uniti, usciti dall’Accordo di Parigi nel 2025.
Emissioni e combustibili fossili
Generalmente nel dibattito sulle emissioni di gas serra gran parte dell’attenzione è riservata all’anidride carbonica. Tuttavia, a Bonn si è parlato molto di metano. Pur restando nell’atmosfera solo per qualche decennio, nei primi vent’anni dall’emissione questo gas riesce a trattenere il calore circa 80 volte più della CO₂, trasformandosi in un vero e proprio acceleratore dell’effetto serra a breve termine.
Il metano viene rilasciato principalmente:
- dalle estrazioni di combustibili fossili,
- dalla zootecnia,
- dalle pratiche agricole intensive.
A fronte dell’alto potenziale climalterante, in molti a Bonn hanno chiesto che la sua mitigazione fosse inclusa nei nuovi NDC.
Per quanto riguarda i combustibili fossili, durante la COP28 i Paesi avevano raggiunto un’intesa storica per “transitare dai combustibili fossili”. Tuttavia, già nella COP29 le resistenze hanno affossato ogni ulteriore passo avanti.
A Bonn, la questione non è nemmeno arrivata all’ordine del giorno: si è evitato di riprendere il tema e c’è il rischio che anche a Belém il confronto venga aggirato. Eppure, la transizione dai combustibili fossili è una condizione necessaria per contenere gli impatti ambientali e climatici.
La sfida logistica della COP30 a Belém
La scelta di Belém, capitale amazzonica dello stato federato brasiliano del Pará, porta con sé un messaggio simbolico: riportare l’attenzione sull’Amazzonia, uno dei massimi centri della biodiversità globale, nonché gigantesco pozzo di assorbimento del carbonio.
Belém pone anche sfide logistiche enormi:
- si prevede l’arrivo di oltre 60.000 partecipanti;
- la disponibilità di alloggi è scarsa e i costi sono elevatissimi;
- alcune delegazioni saranno ospitate su navi o in container.
Il rischio è un evento dominato dai Paesi ricchi, escludendo le voci più vulnerabili, aggravando le disuguaglianze e minando la giustizia climatica.
Il paradosso brasiliano: petrolio e foresta
La COP30 è anche un’occasione per mettere sotto i riflettori le contraddizioni del Brasile. Mentre guida l’agenda climatica globale, il Paese del Sudamerica sta procedendo con l’asta di oltre 170 blocchi petroliferi, anche in aree sensibili dell’Amazzonia.
Il governo sostiene che lo sviluppo economico delle nazioni emergenti debba poter passare anche dall’uso delle proprie risorse. “La transizione è una responsabilità condivisa,” ha detto Ana Toni, CEO di COP30. “Non solo i produttori, ma anche i Paesi consumatori devono fare la loro parte.”
Società civile e leadership brasiliana alla COP30
La società civile brasiliana, dal Climate Observatory all’Apib (Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile), si è già mobilitata e chiede che la COP30:
- riconosca il ruolo delle comunità tradizionali nella tutela del clima;
- affronti l’impatto ambientale sui gruppi più vulnerabili;
- favorisca la partecipazione inclusiva ai processi decisionali.
In questo quadro, il Brasile si trova di fronte a una sfida storica: guidare una COP ambiziosa e trasformativa a vent’anni da Kyoto e dieci da Parigi.
Inoltre, nonostante le contraddizioni, dall’Amazzonia arrivano segnali positivi: tra agosto 2023 e luglio 2024, la deforestazione è calata del 30%. Le soluzioni stanno emergendo dalle comunità locali, attraverso pratiche come:
- l’agroforestazione,
- l’integrazione tra saperi tradizionali e scienza,
- sistemi di produzione rigenerativa.
Queste esperienze mostrano che è possibile produrre, proteggere e vivere bene in armonia con l’ambiente, generando reddito e sicurezza alimentare.
Una COP sovraccarica di iniziative
Ogni COP porta con sé una serie di iniziative promosse dai Paesi ospitanti o da organizzazioni internazionali: progetti su veicoli elettrici, decarbonizzazione dell’industria, tutela dei suoli, ecc. Ma molte di queste restano senza seguito, abbandonate appena finisce il mandato politico che le ha promosse.
Il Brasile punta a fare pulizia tra le iniziative obsolete, anche se non sono previste riforme radicali del processo negoziale.
Chi ospiterà la COP31?
A Bonn non si è riusciti a trovare un accordo su chi sarà il Paese ospitante per il 2026. Australia e Turchia sono entrambe candidate per la COP31 e nessuna delle due è disposta a ritirarsi. E dietro questa scelta si celano tensioni geopolitiche profonde:
- l’Australia vuole rilanciare la propria immagine climatica, pur restando uno dei maggiori esportatori di carbone;
- la Turchia chiede da anni che venga rivisto il suo status nei negoziati climatici, in quanto attualmente è conteggiata come un Paese sviluppato a tutti gli effetti, con tutti gli obblighi che comporta.
Conclusione: il tempo stringe
La crisi climatica non aspetta, e i segnali che arrivano da Bonn sono un campanello d’allarme. A Belém si deciderà se restare nei limiti dell’Accordo di Parigi o se imboccare la strada di un fallimento irreversibile nel lungo termine.
Senza una svolta reale su finanza climatica, mitigazione, transizione energetica e giustizia climatica, la COP30 rischia di essere ricordata come l’ennesima occasione mancata.
La centralità dell’Amazzonia, la mobilitazione della società civile e le aspettative su una leadership brasiliana inclusiva mantengono viva la speranza.